David Bowes
David Bowes è un personaggio dai contorni letterari.
L’artista ha vissuto fra il Massachussets, New York e le capitali europee.
A Manhattan, nel milieu culturale dell’East Village, frequentava persone come Keith Haring, Andy Wharol, Basquiat, Nan Goldin, Lou Reed e Jim Jarmusch.
Non è facile apprezzare la pittura di David Bowes, almeno ad un primo sguardo: l’effetto è spiazzante, perfino respingente. Ci trovi dentro l’anacronismo, il naif, il surrealismo, il pop, l’Arcadia, la Transavanguardia, la Commedia dell’Arte, Bosch, Goya, l’India, l’Antica Grecia: citazioni come se piovesse, colori sgargianti, intrecci di stili, ambientazioni agresti, simbolismi, orientalismi, classicismi, decorativismi.
Se non fosse profondamente poetica, emotiva ed intellettuale la pittura di Bowes potrebbe sembrare un delirio antistorico annegato nel kitsch.
Ma la scommessa di questo eccentrico pittore bostoniano sta tutta nella costruzione di un passato eterno, srotolato in ogni direzione: un tempo impuro poiché contaminato, ma profondamente genuino in quanto popolare. L’immediatezza del bello decorativo e la piacevolezza del dettaglio pittoresco incontrano la forza dell’archetipo e del mito, le avventure di cantastorie, il teatro dei pupi, le cortigiane giapponesi, le vacche sacre, Arlecchino, i santi, i guerrieri e i pastorelli in amore. Si moltiplicano le figure, contraddicendosi dentro teatrini allegri e indecifrabili.
David Bowes è un anarchico. Annullate parecchie gerarchie di simboli e impalcature ermeneutiche, si diverte a dipingere il caos calmo in cui la sua immaginazione affonda luoghi, ricordi, cose, volti, idiomi.
Così con somma delicatezza, pratica una pittura semplice, illustrativa, rassicurante come un proverbio o un luogo comune, ancorché indisciplinata.
Una pittura intima soprattutto: come quella affettuosamente condivisa con una banda di giovani amici palermitani.